Homo homini virus

di Paolo Iacci

Un ebreo naufraga su un'isola deserta; quando finalmente arriva una nave, il naufrago mostra ai suoi salvatori l'isola e le due piccole sinagoghe che vi ha costruito. 

"Perché due?", chiedono quelli. 

"Per forza, non potevo costruire una sola sinagoga. Questa è la sinagoga in cui vado io, l'altra è quella in cui non metterei mai piede!". 

Lena Gorelik, ventotto anni, scrittrice di origini russo-ebraiche, riporta la barzelletta nel suo romanzo Hochzeit in Jerusalem [Matrimonio a Gerusalemme], a proposito di un malinteso senso di libertà ("sono così libero che mi permetto di non essere d'accordo nemmeno con me stesso"). 

Questa barzelletta mi è venuta in mente in questi giorni per il dibattito che c'è stato tra Massimo Recalcati, noto psicanalista lacaniano, e Daniela Scotto di Fasano, un'altra psicanalista di scuola freudiana. 

La tesi di Recalcati è intrigante: grazie al Coronavirus sta nascendo una nuova fratellanza. Prima eravamo divisi, pronti a costruire solo muri. Oggi il virus ci sta insegnando che non c'è libertà senza solidarietà. Infatti, nel comportamento di tutti i popoli, compresi gli italiani, è maturato un sentimento di nuovo solidarismo.

Recalcati esordisce con una domanda assolutamente provocatoria: "I nazisti ci hanno insegnato la libertà, ha scritto una volta Jean Paul Sartre all'indomani della liberazione dell'Europa dal nazifascismo. Per apprezzare davvero qualcosa come la libertà, bisognerebbe dunque perderla e poi riconquistarla? Ma non sta forse accadendo qualcosa di simile con la tremenda pandemia del Coronavirus? .... Se i nazisti ci hanno insegnato ad essere liberi sottraendoci la libertà e obbligandoci a riconquistarla, il virus ci insegna invece che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio.... Se i nazisti ci hanno insegnato la libertà privandocene, il coronavirus ci insegna il valore della solidarietà esponendoci all'impotenza inerme della nostra esistenza individuale; nessuno può esistere come un Ego chiuso su sé stesso perché la mia libertà senza l'Altro sarebbe vana.... La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza senza la quale libertà e uguaglianza sarebbero parole monche. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia della polis. In questo modo siamo davvero pienamente sociali, siamo davvero pienamente liberi".

Scotto di Fasano, di contro, bolla come l'idea di una nascente solidarietà tra i popoli come un'illusione consolatoria. Recalcati, secondo Scotto di Fasano, lusinga il lettore, facendolo sentire buono e ‘fratello' senza fare fatica. La fatica che in trincea fanno solidalmente gli operatori sociali, i sanitari, i membri della pubblica sicurezza.

"Abbiamo - scrive Scotto di Fasano - tutti negli occhi le scene di assalto ai supermercati trasmesse dalla televisione, abbiamo tutti assistito all'assalto ai treni di chi non voleva vedersi impossibilitato a lasciare Milano, divenuta improvvisamente luogo insidioso di diffusione massiccia del virus. Per non parlare delle centinaia di medici e infermieri dell'ospedale Cardarelli di Napoli che si sono dati malati ... o degli americani in fila per acquistare un'arma... Solidarietà e fratellanza? Siamo dovuti arrivare a un decreto ministeriale che prevede sanzioni penali per stare finalmente chiusi in casa, per smettere di affollare bar, pizzerie e ristoranti... È di Shakespeare, richiamato da Freud nell'Interpretazione dei sogni, la riflessione sul fatto che nascendo diventiamo debitori alla natura di una morte: la nostra. E il coronavirus ce l'ha bruscamente ricordato".

Mentre Recalcati, quindi, parla della scoperta di una nuova solidarietà, Scotto di Fasano nega di averla mai vista. Perdonate le lunghe citazioni, ma credo che le due opinioni meritino una riflessione. Da parte mia solo una semplice considerazione riguardante il nostro Paese. Parlarne è importante perché prima o poi la pandemia passerà. Noi dovremo essere per allora pronti a ripartire. Nessuno però in questo momento sta facendo nulla per il dopo, per modificare le molte difficoltà che frenano il nostro Paese. Debito eccessivo, burocrazia, divisioni molte volte solo strumentali, la mancanza di un senso civico collettivo. Questi e molti altri i limiti su cui dovremmo cominciare a lavorare in modo concreto per essere più pronti "dopo" a ripartire. Nella società e nelle imprese.

C'è una larga fetta dell'opinione pubblica abituata a vedere lo Stato come un nemico e la politica come fonte del Potere fine a sé stesso e non come gestione della cosa pubblica. Ovviamente questa diffidenza ha ragioni molto concrete di essere. Tuttavia, è uno degli elementi di maggior debolezza della comunità nazionale che non riesce mai ad essere unita dietro alla stessa bandiera, se non per casi assolutamente eccezionali. Grazie alla Nazionale di calcio o per colpa di una calamità nazionale come in questo periodo. In realtà riusciamo ad essere "uniti contro" ma non ad essere "uniti per". 

La lotta potrebbe unirci, ma la nostra è sempre una "lotta contro" e mai una "lotta per". Probabilmente entrambe le posizioni che ho qui esposto hanno, per quota parte, ragion d'essere. Abbiamo però sempre bisogno di un elemento emotivo per trovare l'unità nazionale. Manca la consapevolezza dei nostri limiti e la determinazione per superarli insieme. Noi abbiamo semplicemente bisogno di eroi in cui riconoscerci. 

Purtroppo, "sventurata la terra che ha bisogno di eroi" (B. Brecht)

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